Sui Carpazi Ucraini
30/03/2000

Sui Carpazi Ucraini

Autore: Carlo Andreis

Tratto da: Bollettino

UCRAINA – HOVERLA E DINTORNI –
12-19 marzo 2000.
Settimana di sci alpinismo e fondo escursionismo in Ucraina.

Mai dire mai! Tutti hanno letto relazioni di viaggi o di roba simile, narrati dall’organizzatore, e hanno provato rabbia e pena per le ovvietà raccontate, per gli sforzi dello scrivente nel volere a tutti i costi evidenziare i lati positivi (vedete come sono bravo) o ridicoli (quanto sono stupidi gli altri), ma sorvolare sugli aspetti meno brillanti, trasformando sempre una banale destinazione in epopea per un élite.
Al ritorno da un viaggio tutti i capi-gruppi hanno avuto prima o poi la sindrome di Marco Polo e si sono messi davanti a una pergamena o a una tastiera di PC, con i risultati di cui sopra. Per questo avevo dichiarato, a seguito di una richiesta di scrivere qualcosa, che almeno tre dei partecipanti alla nostra settimana in Ucraina avevano già appassionato i lettori del bollettino sociale con racconti di salite in “ambienti da sogno”, “discese in farina” e “contatti con realtà diverse” e che toccava quindi a loro l’onore di pubblicare questa nuova Anabasi. Poi è arrivato il diktat di Ortalda, che non solo mi ha costretto a dire: “va bene, lo faccio” ma che mi ha addirittura imposto un tempo limite molto stretto per la presentazione del “pezzo”. Mai dire mai!
Ho messo giù qualche appunto, certo che la grande maggioranza proverà quanto descritto nel primo paragrafo (e con la tipica franchezza subalpina mi dirà poi: “che bello!”). Se a qualcuno verrà “voglia di Ucraina” gli consiglio di contattare qualsiasi persona del nostro gruppo per verifiche più dettagliate.

Partenza il 10 marzo a notte fonda, con parenti, amici, autobus e tassinari che ci scaricano a Caselle per lasciarci alla nostra avventura. Sulle Alpi poca neve e poi il solito girare in tondo su Francoforte prima di atterrare. Qui il gruppo si scioglie (bar, toilette e varie attività) e ci vuole tempo per ritrovarci, andare tutti insieme all’altro terminal e imbarcarci sul volo per L’viv (Leopoli per noi italiani). Nuvole a tutte le quote e solo all’atterraggio ci troviamo a guardare in basso per cercare la neve. Campagna grigio-marrone con qualche macchia bianca sui versanti nord, al riparo delle basse colline. Si comincia bene. Io avevo fatto racconti di metri di neve e strade bloccate per mesi e mi nascondo annichilito sotto il sedile. Sono le due del pomeriggio e ci troviamo nel terminal a pagare un pedaggio di tre dollari a cranio per un’imprecisata assicurazione. Alla dogana chiedono di vedere i soldi dichiarati a due di noi (beccano Ortalda e me). Poi si stufano e lasciano passare tutto il gruppo senza tediarlo ulteriormente. Nell’atrio facciamo conoscenza con le nostre accompagnatrici, la bionda Ludmilla che parla malissimo l’inglese e la piccola Natascia che invece parla italiano molto bene.
Trasferimento in città dove ci scaricano all’hotel Zhorzh (George) sulla piazza principale. Una villetta fine secolo rimessa a nuovo all’esterno, ma con l’interno che potrebbe essere ripitturato. Cena alle ore 17 (sic) perché alle 18 il programma prevede un balletto all’Opera. Gli inservienti gallonati fanno largo alla nostra banda che ostenta abbigliamenti sul polaresportivo, tranne Ortalda che si sistema nel palco in giacca e cravatta da perfetto gentiluomo. Lo spettacolo narra la storia di un contadino ucraino che combatte i Tartari invasori. Alla fine riscatta la patria e impalma la sua bella ma non può ammirarne le grazie perché i nemici lo hanno accecato. Per scordare queste malinconie andiamo in un bar lì vicino. La lista delle bevande prevede una pagina intera dedicata alla vodka. Non so cosa sia successo con le ordinazioni, ma il risultato è che ci vengono recapitati sei bicchierini ed un litro (1000 cc) di vodka. Nessuno protesta e, per non offendere i proprietari, la bottiglia è scolata per intero. Alle 21 siamo in albergo dopo aver fatto un giro per la piazza e trovato un paio di negozi ancora aperti dove si compra da bere e da mangiare. Ci orientiamo sul caviale e lo champagne, che verrà portato alla temperatura giusta lasciandolo qualche minuto sul davanzale della finestra.

La mattina dopo ci facciamo un 150 chilometri per arrivare a Ivano Frankivsk, pranziamo e carichiamo Lylla che verrà con noi in montagna. Altri 100 km e sono le quattro di sera quando arriviamo a Kolorniya. Visita al Museo Etnografico Hutzul, con dettagliate spiegazioni da parte di una guida in lingua locale, tradotte integralmente da Natasha. Giuro a me stesso che se per caso organizzerò altri viaggi, la parte culturale sarà un optional da gestire a cura di ciascuno dei partecipanti negli immancabili “pomeriggi liberi” e non un obbligo e una tortura. La visita finisce con la guida che conduce la mandria al chiosco dove le pisanka (uova colorate) costano esattamente quattro volte rispetto ai prezzi dei negozi acchiappa-turisti di L’viv.
La notte è fonda e ci avviciniamo alle montagne. Incomincia a nevicare e adesso il mio terrore è di restare impiantati sulla strada che sale fino a 1.100 metri per portarci sull’altro versante dei Carpazi. L’autobus arranca ma alla fine ce la facciamo e finalmente alle 19,30 siamo a Yasinya, da cui parte la pista che sale al rifugio Dragobrat in cui siamo attesi per la notte. Cena “tipica” da una vecchietta del luogo dove ci riempiamo di cibi e bevande. La vodka è lì sul tavolo ed è compresa nel prezzo del biglietto. Perché lasciarla lì? Nel frattempo i nostri bagagli sono stati scaricati (ovviamente da noi) e trasferiti su un camion militare coperto. Per fortuna che a tavola c’era vodka a fiumi, perché alle dieci passate ci troviamo tutti sul gelido automezzo. Ignoriamo la storia di questo mezzo di trasporto ma di certo, prima di approdare a Yasinya, ha percorso per anni in lungo e in largo tutto l’impero sovietico con puntate sulle piste dell’Afghanistan.
Si va nella notte, fra montagne di neve, con scossoni e retromarce per salire al rifugio. Non vediamo niente, solo l’altimetro che a un certo punto ci dice che siamo arrivati. Si scarica la mercanzia fra due muri di neve (1050 metri e siamo a metà marzo) e raggiungiamo le nostre stanze in una casa calda e accogliente. è mezzanotte passata e continua a nevicare.

Al mattino non nevica più ma in compenso si sta alzando il vento. Colazione alle 8 e poi si decolla per la prima meta, il Monte Blytniza (m 1.886). L’inizio è per lo meno inconsueto. Senza pelli ma con uno ski-lift saliamo di un duecento metri. Ci aspettiamo, ci contiamo (naturalmente non ci siamo tutti) e poi si parte in discesa su una neve ghiacciata, crostosa, orribile. Un’agonia per tutti o quasi, tranne che per le guide ucraine che vanno come delle schegge su quelle onde schifose. Finalmente adesso si può salire. Coltelli e santa pazienza. Non è che si veda molto dove ci stiano portando. Riusciamo solo a capire (ahi quanto è diverso l’ucraino dal piemontese!) che ne abbiamo per circa 400 metri fino a una prima punta e poi si scenderà ad un altro colletto prima della risalita finale. E ci arriviamo. Il vento si è decisamente rinforzato e gli ultimi 150 metri di dislivello li facciamo a piedi su una crosta campione.
Foto di rito sulla cima con maledizioni di Luigi Bosco che ha la macchina foto gelata. Il paesaggio è apprezzabile fino a una ventina di metri di distanza, per cui non ci attardiamo troppo. Ritroviamo gli sci, risaliamo per una cinquantina di metri e poi la nostra guida ci fa prendere una via diversa che porta direttamente al rifugio. Tutte le imprecazioni tirate fino a questo momento sono servite a qualcosa. Il vento cessa, viene fuori il sole e la neve diventa all’improvviso bella. Dico bella per fare invidia a quelli che sono restati a Torino, e anche perché non capita di rado di trovarne così dalle nostre parti. Farina profonda e leggera dove ognuno pittura come meglio sa. Al pomeriggio parecchi scatenati dimenticano l’etica dello scialpinista e si gettano come indemoniati sullo ski-lift che gira solamente per noi. A cena, come in ogni viaggio in gruppo che si rispetti, si programmano due gite diverse per il giorno dopo. Luigi Bosco e Claude Jaquet partiranno sul camion per raggiungere l’Hoverla, la montagna più alta dell’Ucraina (m 2.063). I pavidi faranno un’altra punta dei dintorni. Lo spirito dello Ski Club è salvo. Il mattino dopo, mentre noi ci accontentiamo della salita allo Stog (m 1.880), Luigi e Claude partono per l’ignoto assieme a Lylla e Igor. A questo punto le mete sono diventate tre: Dino, accompagnato da Serghej, insiste con la salita al Blytniza che il giorno prima non era riuscito a raggiungere (oggi invece arriva in punta e gusta il paesaggio dei Carpazi). Il tempo è superbo e la neve di prim’ordine. Pomeriggio con i soliti scatenati che si stordiscono con la pista e poi tutti assieme ad accogliere gli eroi dell’Hoverla. E arrivano alle sette e mezza, nel buio più pesto, per raccontarci il loro trionfo e scatenare i nostri rimpianti.
La cena d’addio è annaffiata da barili di vodka. Cori e danze in un crescendo di collettiva euforia. E ora il giorno dell’addio alla montagna. Il tempo si è per fortuna velato e siamo soddisfatti di aver imbroccato un buco di sereno per la nostra avventura. Ci sono i discorsi (con traduzione simultanea) e Dino che regala sci e pelli a Serghej che ha diviso con lui la fatica della salita al Blytniza. Si parte in camion e solo ora possiamo vedere la pista percorsa la notte del nostro arrivo. L’abbiamo scampata bella. Il resto è privo di velleità sportive, turismo puro. Un albergo di Termopil ci fa ritornare al socialismo reale anni sessanta. Anche l’orchestra che suona a tutto volume ha in repertorio i motivi di quei tempi; Ortalda rivive la sua adolescenza e volteggia sicuro con una vamp locale, sorella di un corazziere. Una visita al Monastero di Pochayiv ci permette un interessante scorcio sulla fede ucraina. Le nostre donne indossano, per decenza, sottanoni a fiori uso zingara imposti e forniti dalla Curia locale. L’interno della chiesa è ritenuto molto interessante dai fotografi che eternano le vecchie fedeli. Alcune pie donne non la prendono bene e lanciano all’indirizzo dei profanatori severi moniti che per fortuna non riusciamo a capire. Siamo di nuovo a Leopoli e il giorno seguente la maggioranza occupa la mattinata con un giro turistico in pullman. Io resto con Dino in albergo per contattare al telefono la nostra ambasciata a Kiev. Con caparbia ostinazione egli riuscirà a far ottenere il visto per una squadra Ucraina che correrà al Marsaglia dopo due settimane.
L’impresa è stata veramente titanica. Pomeriggio libero con gli acquisti di rito. Ognuno a suo modo sceglie gli oggetti da nascondere in qualche cassetto al rientro, o da regalare a parenti e amici perché a loro volta li possano nascondere. I più prosaici si avventano sul caviale (nero e rosso) e in poche ore tutti i negozi che ne vendono sono letteralmente svuotati. Il mattino dopo sveglia alle sei e trasferimento all’aeroporto a passo di lumaca. Le strade sono una lastra di ghiaccio e si spera che la pista non sia altrettanto. Va tutto bene e in un’ora e mezzo siamo a Francoforte. Si consumano le panchine dell’aeroporto in attesa dell’aereo per la nostra cara città. Il volo dura solo un ora, maltempo sulla Svizzera e l’Italia senza un filo di neve. Le maledizioni dei consoci invidiosi ci colpiscono, ma solo di striscio. Le nostre mercanzie sono ancora a Francoforte e arriveranno solo in serata, costringendoci ad un escursione fuori programma a Caselle per ricuperarle. È andata un po’ peggio a Poma contro cui si è accanito un addetto ai bagagli che resterà sconosciuto in eterno. I suoi ski sono andati in frantumi e non ha potuto far altro che svitare gli attacchi e sperare in un risarcimento da parte della Lufthansa. I tedeschi sono ricchi e lui spera che siano anche generosi. Auguri.

Partecipanti
11 partecipanti
Condizioni
Tempo molto variabile nell'arco della giornata.
Neve dura e ghiacciata oppure farina !
Sui Carpazi Ucraini
Una piazza di Leopoli
Lago gelato a Termopil
Yasinia:il nostro mezzo per Dragobrat
Dragobrat
Dragobrat: panna o neve ?
Verso il Monte Blytniza
Panorama
Salendo al Monte Stog
Sul Monte Stog
Monastero di Pochayiv

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