Giappone, Monte Fuji
18/04/1981

Giappone, Monte Fuji

Autore: Sergio Bigarella

Tratto da: 50 anni di sci, di Dino Barattieri

NOTE INTRODUTTIVE
Il Giappone è lontano. Lontano davvero. E diverso. Ti meraviglia con la sua efficienza, tecnologica e non, e ti delude, come turista, per la sua mancanza di “vere” opere d’arte. Deve essere la sua storia. Una storia isolana. Fino al 1868, quando l’imperatore Meiji decise di assumere il potere politico e di aprire il paese agli scambi con il resto del mondo. Samurai e Shogun (che sono qualcosa di più di un Samurai) la facevano da padroni in questo arcipelago che viveva isolato, arroccato su un arcaico modello di vita attento più ai valori della forza che a quelli della cultura e dell’arte. Questi erano appannaggio esclusivo dei membri della corte imperiale, che si disinteressava del governo del paese, e di pochissimi suoi fortunati protetti.

Lo stesso Shintoismo, la religione nazionale basata sulla deificazione dei grandi uomini defunti, (normalmente imperatori), ha sempre costruito templi in legno di estrema, asettica semplicità. Sole testimonianze del passato che abbiano resistito al tempo, agli incendi, ai terremoti, alle guerre, sono quindi i resti (o le ricostruzioni recenti) di alcuni palazzi o fortezze e i segni di una religione importata, il buddismo con le statue del dio (almeno quelle) realizzate in materiale non deperibile. Sono rimasti, naturalmente, i giardini. Stupendi. Leziosi e crudeli con i loro antichissimi alberi, striminziti e contorti, immersi tra stagni strapopolati di carpe e fioriere, costretti, da secoli, ad assumere le forme più innaturali.

L’isolamento geografico e le abitudini arcaico-guerriere hanno, d’altra parte, radicato nei giapponesi uno spirito fortemente nazionalistico, quasi spartano, che si è manifestato durante l’ultima guerra in una straordinaria capacità e volontà bellica, e che ora, dopo la mal accettata sconfitta, si sta esprimendo in una inarrestabile rivincita nel campo industriale. In modo sottilmente e subdolamente orientale il Giappone sta mettendo in difficoltà tutti quanti, ex nemici e non, e non si vede come si possa fermarlo.

Pur mantenendo il rispetto per i simboli tradizionali (il fior di ciliegio, ad esempio, che cade prima di appassire ed è il simbolo dei Samurai; l’arancio, sempre verde, simbolo della continuità della casa imperiale, la carpa, pesce forte e sereno, “come deve essere l’uomo “Sato” simbolo dei giovani) il moderno Giappone ha infatti adottato, come noi, il consumismo, ma riveduto e corretto a suo modo. Qui il senso dell’ubbidienza e del sacrificio ed il gusto per il lavoro ed il dovere sono ancora di casa. Per questo vanno più forte di noi. E la velocità va crescendo. Possono addirittura permettersi una agricoltura arretrata, frutto di una (impostagli) riforma agraria che, suddividendo i terreni in piccole tenute a conduzione familiare, ha portato i costi alle stelle. Provvede il governo, comunque con ben calibrati sussidi che danno di ritorno (mi dicono) una sicura “riconoscenza”elettorale.

A parte l’agricoltura (di cui ricordo le belle, pettinate, verdissime piantagioni di tè), la straordinaria intraprendenza del Sol Levante riappare di nuovo in un settore che ci ha direttamente coinvolti: il turismo, che è qui una perfetta, efficientissima macchina che non perde mai colpi. Anche se alcuni richiami (vari a forma di cigno ad esempio et similia), evidente interpretazione orientale dei loro modelli americani, sembrano per noi un po’ pacchiani, é indubbiamente impressionante vedere eserciti di allegri e curiosi studenti nelle loro belle divise (via via più serie coll’avanzar degli studi), gruppi di lavoratori e di anziani, comitive di stranieri (come noi) susseguirsi ininterrottamente, perfettamente sincronizzati, nei luoghi di maggior richiamo per motivi storici o religiosi o paesaggistici. E i tre richiami coesistono spesso nel medesimo luogo visto che la storia locale è sempre andata a braccetto con lo Shintoismo e, si sa che per la costruzione dei palazzi, delle fortezze e dei templi si sono scelti, da sempre, dovunque, i siti più suggestivi.

RELAZIONE TURISTICA
Arrivo a Tokyo, capitale orientale del Giappone, il pomeriggio del 18 aprile. L’albergo dove siamo alloggiati è costituito da due torri che fanno parte di un gruppo di modernissimi grattacieli costruiti con rigorosi criteri antisismici in questa zona, dove i terremoti più o meno forti sono molto frequenti. Visita il giorno dopo alla città che è stata ricostruita quasi per intero sulle rovine lasciate dall’ultima guerra. Tra le cose più interessanti: il tempio Shintoista dedicato all’imperatore Meiji; (nonno dell’attuale sovrano) morto nel 1912; il tempio Asakusa Kanou col suo coloratissimo e allegro viale di accesso; il bellissimo giardino del ristorante Chinzana So Garden costruito sui resti dell’antico palazzo di uno Shogun, dove gustiamo un ottimo pranzo alla giapponese.
Il 20 aprile ci si sposta verso il parco nazionale del Hakone, visitando, lungo il percorso, il grande Budda di Kamakura – sede governativa federale del XII secolo – dove pranziamo, faticosamente seduti, sul tatami del pavimento di un ristorante cinese.
Dopo una “piccola graziosa crociera” (Promotur) di circa 500 metri sul lago Hakone saliamo, con un trenino a cremagliera, sulla cima del Kogamatoko dove soffiava un vento veramente incredibile. La vista è però eccezionale. Il Fuji in lontananza (la cui fresca cappa di neve il vento stava trasformando in vetrato per renderci più interessante la salita del giorno seguente), il grigio lago increspato, il mare suddiviso dalla penisola in due chiari amplissimi golfi.

Ridiscesi, ci si sposta in una zona ricca di attivi fenomeni vulcanici e quindi all’albergo. Caldo bagno ristoratore nell’acqua giallo sporca della piscina alimentata da una sorgente solforosa sgorgante direttamente all’interno dell’albergo. Il mattino seguente partenza dell’avventura del Fuji, descritta più avanti. Ritorniamo all’albergo la sera del 22. Il 23 si parte per Tobo dove si trova l’isola delle perle e dove arriviamo via mare avendo fatto l’ultima parte del percorso su un ferry. È un posto stupendo. La vista dalla terrazza dell’ottimo albergo è incantevole. Molto interessante la visita all’isola di Mikimoto e la scoperta del sistema da lui inventato per la coltivazione delle perle (solo un giapponese poteva pensare una cosa così barbara; ma, tant’è, alle signore le perle sono sempre piaciute…).

Il 24 partenza per Nara, prima vera capitale (VII secolo) del Giappone. Visita, nel parco dei 1000 daini (uno dei quali, invaghitosi del presidente, gli ha fatto prendere una bella paura) all’enorme tempio (il più grande edificio in legno esistente al mondo) dove è custodita una maxi-statua bronzea del Budda che con l’affusolata mano destra graziosamente alzata, dona ai credenti i beni spirituali mentre con l’altra porge quelli materiali. Visita poi al Tempio delle 2001 lanterne, moltissime in pietra altre in bronzo donate dalle varie comunità di fedeli e che, immersa nel verde della collina, offrono un suggestivo spettacolo.
Nel pomeriggio trasferimento a Kyoto, capitale (occidentale) del Paese dal IX al XIX secolo, dove, con lo shopping di rito, portiamo il nostro contributo all’economia del Paese (qualcosa, a dire il vero, avevamo già dato nei vari alberghi e ristoranti pretendendo di bere vino dai prezzi astronomici e chiedendo piatti di carne altrettanto inavvicinabili. Transeat). Molto movimento per le strade la sera, ma solo fino alle 9: al mattino bisogna presentarsi freschi e puntuali al lavoro!

Il 25 visita sotto la pioggia al palazzo di un importante Shogun e al bellissimo parco del padiglione d’oro. Trasferimento ad Osaka (alcuni col famoso treno proiettile che – per inciso – non passa da Tobo come crede la Promotour). Visita anche qui al castello di un locale Shogun – ricostruito dopo i bombardamenti – sulle antiche ciclopiche pietre dei muri perimetrali rimasti intatti. Ansiosi preparativi per i favolosi programmi notturni (gheishe, massaggi, spettacoli) che avevamo pregustato lungo tutto il viaggio e che – per la mancanza di una programmazione preventiva – si sono concretizzati in un lungo, stanco, provinciale giro (in bianco) per le affollate strade di Shiusaibashisuji. Il mattino successivo iniziava, per tempo, il lunghissimo viaggio di ritorno.

ASCENSIONE AL FUJI (m 3.776)
Arrivo alle 10 del 21 aprile all’alberghetto situato in un punto panoramico alle pendici dl Fuji. Partenza quasi immediata, sci ai piedi, verso la vetta. Dopo non più di mezz’ora di percorso in lieve pendenza tra rade, derelitte betulle (?) e neri grumi di lava il manto nevoso si trasforma in una levigata lastra di ghiaccio. Carlo perde a un tratto il precario equilibrio sugli sci e scivola verso il basso silenzioso e veloce scomparendo al di là di una balza. Ci eravamo chiesti spesso perché i giapponesi non “facessero” il Fuji con gli sci: ora è tutto chiarissimo. Tratteniamo il respiro e cerchiamo un qualche cosa sullo specchio che ci permetta di togliere gli sci e calzare i ramponi. Delicata e prudente manovra. Sospiro di sollievo quando sentiamo le punte d’acciaio mordere con sicurezza nel ghiaccio. Carlo fortunatamente riappare con i ramponi ai piedi e poche escoriazioni alle mani. Riprendiamo la salita senza Beppe e Meinero che avevano lasciato a Torino i ramponi. Il pendio, che è quello seguito d’estate dai pellegrini che salgono alla sacra montagna, è ora molto ripido e si manterrà tale fino al cratere. Ad ogni “livello” troviamo tempietti e ricoveri incrostati di bianco ghiaccio vetroso. Il tempo è stupendo. Marino raggiunge per primo la vetta e compie il periplo del cratere seguito da Benedetto. Li incontro salendo. Arrivo alla cima quando una gelida nube di colpo la avvolge. La nebbia nasconde il cratere. A tratti il sole illumina i templi e le steli sul magico sito e subito un vaporoso straccio di nube li sfuma e nasconde. Mi aggiro tra nebbie e improvvisi bagliori per la zona sacra del monte. Il cielo è azzurrissimo. Il sole declina a occidente. Decido di scendere. È tardi. Incontro Dino e Giorgio e poi Gilbert che salgono. La nube scompare. Trovo Misa, il generale Meano e Guido che hanno rinunciato alla vetta. Scendo un poco con loro. Più in basso trovo Jennifer, che sta attendendo Gilbert, Carlo e Silvano. Recuperiamo gli sci e torniamo all’albergo in ramponi. Si fa buio. Arriva anche Jennifer mentre Misa e compagni che sarebbero dovuti arrivare poco dopo di noi non si vedono. Ortalda esce a incontrarli. Verso le otto rientrano. Il generale, che aveva rimesso in discesa gli sci, aveva fatto la fine di Carlo, ma con minore fortuna. Una larga ferita alla fronte, ecchimosi e abrasioni dovunque. Incominciamo a preoccuparci per gli altri. Alla 20,30 sorge la luna. È piena. La montagna è illuminata di nuovo. Via radio chiediamo all’osservatorio del Fuji se ci sono italiani costì. Risposta negativa e consiglio a noi di non muoverci. Verso le 10 l’albergatore si offre per andare col megafono alla base della salita per tentare di comunicare con Dino e compagni che immaginavamo – forse in difficoltà – nella discesa. Beppe e Meinero vanno con lui. Dopo oltre un ora Beppe ritorna a cercare aiuto e ramponi. Il giapponese, coi suoi stivaletti di gomma, era volato sull’infida lastra di ghiaccio e si era schiantato, senza aprir bocca, contro un blocco compatto di lava. Sul punto da dove era partito era rimasta, accesa, la lampada elettrica. Nessuno aveva comunque risposto dal monte ai suoi amplificati richiami. Il recupero richiede due ore. Il poveretto, veramente conciato, continua soltanto a ringraziare e a scusarsi.
All’una di notte facciamo il punto della situazione: tre dispersi, alcuni feriti leggeri, due feriti sul serio. Jennifer e Maria Luisa taciturne e distanti. Decidiamo di andare a dormire. Eventuali ricerche sono rimandate a domani. L’alba sorge costì molto presto.
Sveglia improvvisa alle tre meno venti: sono tornati i dispersi, stanchi ma sani. Ci si stende di nuovo finalmente tranquilli sui morbidi tatami sul pavimento sotto i saldi piumoni. Mattino di riposo. Solo Beppe Ortalda e Riccardo Meinero, recuperati i ramponi, salgono in vetta mentre i due feriti, non gravi, vengono portati all’ospedale. Anche il Fuji, comunque, ha ceduto.


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